Per non essere dei Don Chisciotte: capire il business dietro i mulini a vento


“Eolico selvaggio”: se ne fa un gran discutere ultimamente. Comitati che lamentano la devastazione del paesaggio o la vicinanza eccessiva dei parchi eolici a zone archeologiche, attori che lanciano accorati appelli per la difesa del paesaggio molisano, ma anche sindaci ottimisti per gli introiti che dovrebbero venire alle casse comunali, ambientalisti favorevoli all’uso di questa energia rinnovabile… non si sa più da che parte stare. In realtà, la questione è più complessa di quanto ci vogliano far credere.

Fino a poco tempo fa, per questa fonte di energia avremmo speso solo parole positive, perché non inquina né l’aria, né la terra, né l’acqua, ha una durata pressoché infinita e potrebbe ridurre l’uso di altre fonti di energia inquinanti e pericolosissime per la nostra salute. In tutta sincerità, non siamo neanche troppo convinti della “bruttezza” estetica dell’eolico per i paesaggi. Pensiamo perciò che chi si voglia opporre alla palificazione selvaggia che il Molise, come altre regioni del Sud, sta vivendo, dovrebbe farlo con qualche argomento in più e partendo da un’analisi più approfondita della questione energetica. Soprattutto, dovrebbe saper rispondere alla tipica obiezione mossa agli ambientalisti – che, anche se spesso fatta in malafede, pone un problema reale: “Non volete il nucleare, non volete nemmeno l’eolico, come volete che produciamo energia? Volete tornare alle candele?”

La prima risposta da dare a questa obiezione è che, se smettessimo di sprecare l’energia, avremmo bisogno di produrne molta di meno: è il risparmio energetico, questo grande sconosciuto! Molti esperti dicono che le rinnovabili sarebbero la soluzione al problema energetico solo unitamente a serie azioni di riduzione dei nostri consumi energetici. Anche l’Unione Europea si è posta come obiettivo entro il 2020 – oltre che di produrre il 20% della sua energia da fonti rinnovabili e di ridurre del 20% le emissioni di CO2 – di risparmiare il 20% di energia.

Quale è stata, invece, la risposta degli ultimi governi italiani al problema energetico? Perseverare nella scellerata politica di lasciare che i consumi energetici aumentassero, per poi correre ai ripari incentivando la produzione da fonti rinnovabili. Consentire, anzi favorire la proliferazione di mega-impianti eolici in tutto il centro-sud. Nessuna politica per ridurre i consumi, quasi nessuna per promuovere la costruzione di impianti fotovoltaici per il consumo casalingo o di mini-impianti per il fabbisogno di piccole comunità, meno impattanti e con nessuna dispersione di energia nel trasporto. Nel 2008, le “perdite di rete” durante il trasporto dell’elettricità ammontavano a 20,5 Twh. Finché le politiche dei governi saranno basate sulla convinzione che comunque i nostri consumi energetici cresceranno, anzi devono crescere, è chiaro che vedremo costruire non solo gli impianti eolici, ma ogni tipo di impianto inquinante e pericoloso (comprese le centrali nucleari). Il risparmio energetico non fa crescere il PIL!

Ma come mai una tale proliferazione di pale eoliche (non soltanto in Molise)? Perché il settore è stato generosamente incentivato dallo Stato. Finalmente, ci verrebbe da dire! Se non fosse che il sistema di incentivazione genera una serie di storture e problemi, che proviamo a spiegare.

Il più importante – e più perverso! – meccanismo di incentivazione è quello dei certificati verdi. La legge Bersani ha introdotto l’obbligo per i produttori di energia di produrne almeno una certa quantità (3,8% nel 2008) da fonti rinnovabili, ma c’è un modo per aggirare questo obbligo: acquistare dei certificati verdi. Un Certificato Verde (CV) è un titolo che il GSE rilascia alle aziende riconosciute (IAFR), che attesta che la data azienda ha prodotto 1MW di energia elettrica appunto da fonti rinnovabili. Questo titolo può però essere venduto senza più alcuna relazione con la produzione di energia. Il prezzo medio del 2008 è stato 112,88€. Ora accade che questi titoli, dato l’esplosione della green economy da più parti auspicata, subiscano continui sbalzi di prezzo, così banche, speculatori ma anche produttori di certificati verdi traggono ingenti profitti dalla compravendita. Il Pil aumenta, per la gioia di tutti. E’ costantemente necessario un aumento numerico di titoli per mantenere il prezzo in equilibrio. Cioè, è necessaria una sempre maggiore produzione da fonti rinnovabili per garantire la crescita di certificati verdi! E tale “produzione” di certificati verdi è una delle “chiavi competitive” che una nazione ha nei confronti di un altra.

Da uno studio accurato del costo di produzione del chilowattora eolico in funzione della ventosità del sito, si ricava che, al di sopra dei 6 metri al secondo di velocità media annua del vento, l’eolico è già competitivo, senza bisogno di incentivi, che invece potrebbero essere usati per promuovere altre fonti di energia, o il risparmio energetico! Con il certificato verde, a queste condizioni, il ricavo è più che raddoppiato e costituisce un business molto attraente. Un produttore di energia eolica guadagna alternativamente sia dalla vendita al GSE dell’energia prodotta, sia dall’emissione e la vendita di certificati verdi, sempre grazie al GSE che ne gestisce il mercato. In tale mercato si forma il prezzo di vendita dell’energia elettrica, una percentuale della bolletta per intenderci.

Abbiamo provato a fare un piccolo calcolo. L’impianto eolico di Ripabottoni (24 pale a Valico Colle Guardiola) produce in media 27.200 Mwh l’anno. Per ogni Megawattora il produttore guadagna approssimativamente 180 € (80 dalla vendita dell’energia a 8 cent al KWh e in media 100 dalla vendita del certificato verde, anche se quest’ultimo dato può variare molto). In totale fanno quasi 5 milioni di €. A mio zio, per affittare il suo terreno, hanno offerto 1500€ l’anno. Non calcolo nemmeno a quale infinitesima parte del loro guadagno corrisponda.

Questo tipo di incentivo – che non è l’unico, ve ne sono anche altri, alcuni anche cumulabili- viene riconosciuto per ben 15 anni a decorrere dalla data di costruzione dell’impianto, ma è rinnovabile a partire dalla data in cui si effettua una ristrutturazione. In più, gli incentivi possono essere versati anche anticipatamente sulla base di stime sulla produzione dell’anno successivo. Tutto l’interesse delle società sarà allora nel sovrastimare la produzione per ottenere un anticipo più consistente, paragonabile, soprattutto per il primo anno, ad un prestito a tasso zero garantito dallo Stato.

Ma c’è da notare un’altra cosa. L’impianto di Ripabottoni ha una potenza di 15,8 MW, ciò vuol dire che in condizioni di vento ottimali, produrrebbe in un’ora 15,8 MWh; torno alla mia calcolatrice e scopro che per produrre 27200 MWh in un anno, deve aver lavorato, in condizioni ottimali, 1720 ore. Mettiamo pure che non ci siano state sempre le condizioni ottimali di vento, e che abbia lavorato il doppio, 3400 ore. In un anno ci sono 8760 ore, l’impianto non ha lavorato neanche metà dell’anno. Che cosa vuol dire questo? Che gli incentivi sono tali, che ad un produttore conviene anche un impianto con pale che non girano sempre.

L’eolico pone anche un altro problema, legato al fatto che il vento è imprevedibile. Nei momenti di elevata ventosità, ci sono dei picchi di potenza che la rete elettrica italiana non riesce ad assorbire, perché inadeguata a tali quantità. Allora, per motivi di sicurezza TERNA, il gestore della rete, ordina di fermare l’immissione di elettricità prodotta dalle pale eoliche; in questi casi, i produttori vengono profumatamente indennizzati per l’energia andata persa. L’APER (l’Associazione dei Produttori di Energia da Rinnovabili) ha notato che questi interventi di limitazione della produttività sono sempre più frequenti, in particolare – guarda un po’! – sulle direttrici Andria-Foggia, Campobasso- Benevento e Benevento- Montecorvino.

C’è da domandarsi perché allora nella nostra regione si continuino ad autorizzare nuovi parchi eolici, se poi la rete elettrica non è capace di distribuire l’energia che questi produrranno. Evidentemente le società produttrici ci guadagnano ugualmente… ma il paesaggio, i cittadini, le casse dello Stato certamente no (perché gli indennizzi pagati alle società dalla TERNA sempre dalle nostre tasse vengono!).

L’imprevedibilità del vento ha un’altra conseguenza. Quando le pale si arrestano per mancanza di vento, per rispondere al fabbisogno energetico bisogna iniettare urgentemente nella rete una eguale quantità di energia elettrica, prodotta con sistemi tradizionali. Paradossalmente, lo sviluppo sempre maggiore dell’eolico richiede anche la crescita di una riserva di potenza tradizionale, pronta a sopperire al fabbisogno energetico. Ben poco ecologico, direi…

In questo quadro, manca qualsiasi pianificazione nel settore energetico. Di quanta energia abbiamo bisogno? Che parte di questa energia ci conviene (economicamente ed ecologicamente) coprire con l’eolico, che parte con altre fonti, sempre rinnovabili, in primis il fotovoltaico?

Abbiamo l’impressione che la “green economy” sia un sistema economico che fagocita tutto in nome della produttività, come ha sempre fatto anche il capitalismo; per di più è ampiamente pompata da finanziamenti e incentivi statali, che non sempre ottengono un effetto desiderabile, vedi appunto la proliferazione selvaggia dell’eolico a scapito di altre fonti di energia.

E in Molise, qual è la situazione?

18 impianti, per una potenza di 237 MW, a fine 2009. Il 4,8% della potenza eolica in Italia. Un dato che sembra modesto, se confrontato ad esempio con il 23% della Sicilia, ma che va messo in rapporto con la superficie regionale. Il Molise produce 53.395 W per kmq, superando così la Sicilia e piazzandosi al terzo posto in Italia per produzione in rapporto alla superficie territoriale. Sembra che ci siano progetti per altri 187 impianti, per un totale di 3.030 pale, una ogni 1,4 kmq, senza contare quelle che già ci sono – ma c’è da dire che le società produttrici spesso fanno richieste per più impianti per poi realizzarne solo qualcuno. Una vera e propria colonizzazione delle nostre colline.

Una legge regionale, quella del 7 agosto 2009, n. 22, la “legge Berardo”, definita unanimemente troppo permissiva. Ma in che cosa, precisamente?

Un esempio. Per impianti da fonti rinnovabili di potenza non superiore ad 1MW, la procedura per l’autorizzazione è (ancora) più semplificata: non c’è bisogno di nessuna verifica di impatto ambientale e basta ottenere dal Comune interessato il permesso a costruire.

Cosa vuol dire in termini pratici un impianto di potenza di 1MW? Prendiamo come termine di confronto un impianto fotovoltaico domestico – quello sul tetto di casa dell’autrice di questo articolo. 24 mq per una potenza installata di 2,72 KW. Facendo un po’ di conti, scopriamo che per fare 1MW di potenza (usando lo stesso tipo di pannelli e nelle stesse condizioni di insolazione), ci vogliono 8000 mq circa. Un campo da calcio, per intenderci, è 60x100m, 6000 mq. Una distesa di pannelli grande più di un campo da calcio, per essere installata in Molise non ha bisogno di nessuna valutazione sul suo impatto ambientale.

Altro esempio. Applico i dati del GSE: 1Mw può essere prodotto da una pala alta minimo 85 m (tra torre e diametro del rotore) oppure da 5 pale alte 40 m.

E così accade che nelle piane di Larino, nella zona gestita dal Consorzio di Bonifica larinese, ci siano circa 40 richieste per campi fotovoltaici, guardacaso tutti con potenza minore di 1 MW. Ma 40 mini-campi tutti vicini fanno evidentemente un campo molto grande!

Altri punto criticato della legge regionale è l’assenza di un limite massimo nel numero di pale eoliche installabili sul territorio regionale. Limite che invece esiste per i pannelli fotovoltaici, installabili a terra fino al raggiungimento di 500 MW. Che, secondo l’approssimativo calcolo fatto sopra, equivalgono a… molto più di 500 campi da calcio.

In generale in tutta Italia, la procedura per ottenere l’Autorizzazione Unica (così si chiama) per un impianto da fonti rinnovabili (con potenza più di 1MW) è abbastanza semplice: la Valutazione di Impatto Ambientale non è sempre obbligatoria, ma preceduta da una verifica, uno screening per determinare se sia eventualmente necessaria; poi si procede con l’iter per la richiesta dell’Autorizzazione Unica, consistente in una o più conferenze di servizi tra gli enti coinvolti; l’iter deve durare massimo 180 giorni; l’ottenimento dell’autorizzazione qualifica l’opera come di pubblica utilità.

E’ necessario qui ricordare un altro fattore che porta alla proliferazione selvaggia dell’eolico e spendere due parole sulla situazione dell’agricoltura del sud Italia. Negli ultimi anni i costi di produzione per un’azienda agricola (relativi per lo più a derivati del petrolio, come il carburante e i concimi) sono progressivamente cresciuti, a fronte di enormi sbalzi verso il basso dei prezzi dei prodotti. Ribassi causati dalle manovre speculative borsistiche operate da banche, Stati ecc.; da un aumento delle zone produttive, in seguito ai nuovi trattati commerciali e invasioni militari; da un mutamento delle tecniche di coltivazione (introduzione delle colture geneticamente modificate); da un accanimento burocratico specie contro i più piccoli proprietari; dalla persistente emigrazione dei giovani del sud verso le megalopoli. In tali circostanze un anziano agricoltore molisano vedrà nell’istallazione di qualche pala eolica nel proprio terreno un modo facile, sicuro e immediato per fare reddito, senza conoscere la sproporzione di guadagni tra lui e la società e ignorando che il contratto che firma è di dubbia legalità, data la sproporzione di forza, quasi un patto leonino. Il Prof. Roger McEowen, docente di Diritto Agricolo alla Iowa State University, ha pubblicato uno studio dove analizza questi contratti di affitto, trovando che quasi sempre c’è un pesantissimo squilibrio a favore delle società. Dal punto di vista del proprietario della terra molti contratti sono inadeguati, non equi e offrono limitati benefici economici se comparati ai redditi generati (e ai sussidi pubblici) per i grandi sviluppatori eolici. In Italia, i proprietari hanno anche la minaccia dell’esproprio, perché una volta ottenuta l’autorizzazione unica l’impianto eolico viene dichiarato opera di pubblica utilità, idifferibile ed urgente.

Da quanto detto finora si evince quindi: a) che quello dell’eolico e dell’energia verde sta diventando un affare colossale; b) che lo è ancor più se le procedure per ottenere i permessi ad installare un impianto sono molto semplificate e se non si trova una minima opposizione dei proprietari dei terreni, come avviene in Molise. E dove ci sono affari colossali, gonfiati da finanziamenti pubblici, c’è da temere che ci si butti la mafia. Questo sarebbe l’allarme dell’Antimafia secondo un articolo del Fatto Quotidiano sull’eolico in Molise, che nota come tra le società pronte a realizzare impianti, ci siano anche società campane con pochi addetti; l’articolo riporta anche le parole di un non precisato “investigatore”: “l’eolico, proprio in Campania, è uno dei business preferiti da imprese in odore di camorra”. Speriamo che sull’ipotesi di infiltrazioni mafiose nel settore energetico in Molise, che per altre regioni italiane non è un’ipotesi, ma una certezza, si indaghi al più presto.

A Ururi invece la magistratura ha già indagato: due consiglieri comunali sono iscritti sul registro degli indagati perché parenti di proprietari di terreni destinati, anche per volontà dell’Amministrazione Comunale che ha siglato una convenzione, a ospitare turbine eoliche in cambio di un affitto annuale.

Questa vicenda mi riporta a quello che credo sia vero nodo della questione. Chi oggi in Molise decide se, dove e con che modalità debbano essere installati impianti? E chi invece dovrebbe avere il diritto di decidere? E ancora, chi ci guadagna da tutto questo?

Oggi di fatto decidono pochi personaggi, lanciatisi nel business dell’energia verde, con l’assenso di una regione troppo permissiva (connivente con gli affaristi dell’energia?) e di comuni allettati da magri risarcimenti, o semplicemente “distratti”, o, nella peggiore delle ipotesi, interessati a far guadagnare questo o quell’altro elettore. Si riscontra non solo la totale assenza di qualsiasi decisione collettiva da parte delle popolazioni locali sull’eventualità di installare impianti, ma anche l’assenza di vantaggi reali per i cittadini derivanti da tali installazioni. Non è pensabile che la decisione di installare per decine di anni un impianto sul territorio sia una questione privata tra società e proprietario del terreno, una decisione presa tramite una normale procedura amministrativa. Non è pensabile che un paese abbia 20, 30, 40 pale che immettono energia direttamente sulla rete nazionale, senza che i suoi cittadini possano usufruire di riduzioni sulla bolletta. Non è pensabile che un Comune guadagni nulla o poche briciole, quando potrebbe avere una quota fissa sugli utili astronomici delle società.

Sarebbe folle oggi dire no alle energie rinnovabili. Non dimentichiamoci che incombono la minaccia del ritorno al nucleare, il surriscaldamento globale, la fine del petrolio… Ma non è affatto folle pensare ad una diversa gestione del settore, e in particolare, per quanto riguarda l’eolico, ad una regolamentazione migliore, che tuteli le zone di interesse archeologico e naturalistico, che ponga un limite al numero di pale installabili, che metta in condizione di decidere le popolazioni locali, che guardi ad un diverso modello in cui gli attori principali non siano poche grandi società energetiche con i loro mega-impianti, ma i cittadini e i comuni.

Perché non creare parchi eolici commisurati al fabbisogno energetico di ogni comune, così da poter distribuire l’elettricità tra i cittadini a prezzi agevolati? Nel Nord Europa, molti comuni hanno raggiunto da anni l’autosufficienza energetica. Ma c’è qualche esempio anche in Italia, come il Comune di Varese Ligure (SP), 2400 abitanti, che ha raggiunto l’autosufficienza installando due pale eoliche (due!), è riuscito a far rientrare i soldi investiti e ora ne guadagna anche, grazie alla costruzione di altre due pale e di un impianto fotovoltaico.

E’ chiaro che il Molise, con le sue colline esposte ai venti, le vaste superfici di terreno libere o abbandonate dagli agricoltori, ma anche ad esempio con la sua abbondanza di acque e di boschi, e grazie alla sua vulnerabilità (leggi asservimento dei politici locali al potere economico), è una terra “vergine”, che può risultare appetibile non solo per le società del settore energetico. In questo contesto, quello che più ci preoccupa non è la rovina dei paesaggi in sé e per sé, ma il fatto che le comunità locali non siano mai chiamate a decidere collettivamente che cosa farne delle risorse naturali (ancora) disponibili, che invece restano esposte ad ogni tipo di depredazione. Ci indigna che non siamo chiamati ad esprimerci sulla vocazione che vogliamo dare al nostro territorio, che sia l’eco-turismo, l’agricoltura, la trasformazione di prodotti agricoli, la produzione di energia. Ma soprattutto vorremmo che, una volta deciso che tipo di “sviluppo” dare alla nostra regione, tutti usufruiscano dei vantaggi che ne derivano, e non solo pochi amministratori furbi, per non dire disonesti.

La legge regionale 22/2009 sugli impianti da fonti rinnovabili è stata modificata grazie all’azione dei comitati contro l’eolico selvaggio: http://tratturi.noblogs.org/post/2010/12/15/approvata-la-proposta-di-legge-contro-leolico-selvaggio/

Laura Acquistapace e Pietro Di Paolo

Laura è di Castropignano e studia lettere moderne a Bologna, ma quest’anno sarà in erasmus a Toulouse (Francia). Durante le scuole superiori ha fatto parte dell’Unione degli Studenti.

Pietro, nato e cresciuto nelle campagne di Larino, studia economia tra Pescara e Girona, luogo del suo erasmus. E’ impegnato nel movimento studentesco a Larino e a Pescara.

GLOSSARIO

GSE (Gestore Servizi Elettrici): società interamente partecipata dal Ministero dell’economia, gestisce, promuove e incentiva le fonti rinnovabili

IAFR (Impianti Alimentati da Fonti Rinnovabili): qualificazione rilasciata dal GSE che attesta l’esistenza dei requisiti per l’ottenimento dei certificati verdi

TERNA (Rete elettrica nazionale s.p.a.): società responsabile in Italia della trasmissione di energia elettrica sulla rete ad alta tensione

KW: unità di misura della potenza

MW =1000 KW

TW= 1 milione di MW

KWh: unità di misura dell’energia elettrica effettivamente prodotta (come il Mwh e il TWh)

NOTE

GSE, Statistiche sulle fonti rinnovabili in Italia, anno 2008

Studio riferito dal sito www.viadalvento.it, sezione FAQ

GSE, Impianti a fonti rinnovabili: immagini e dati informativi

Dichiarazione riferita da L’eolico in Italia, dossier a cura di varie associazioni ambientaliste pubblicato sul sito www.viadalvento.it

GSE, L’eolico: rapporto statistico 2009

Lo riferisce Giuseppina Nigro, del WWF Molise, in un articolo di F.Sansa, il Fatto Quotidiano, 1/07/2010

GSE, L’eolico: rapporto statistico 2009

M. Mignogna, Fotovotaico, eolico, olii vegetali: i conquistadores dell’energia, 21/05/2010, primonumero.it

Il contenuto dello studio è riferito dal sito www.viadalvento.it

F. Sansa, L’invasione delle pale all’ombra dei clan, Il Fatto Quotidiano 1/07/2010

3 risposte a “Per non essere dei Don Chisciotte: capire il business dietro i mulini a vento”

  1. Non intendevo dire che i comitati non sono attivi, anzi, proprio perché lo sono è un peccato che non abbiano una minima visibilità su internet (un blog, una email cui scrivere..). A proposito di questo: se volete, potremmo ospitare nel nostro blog la cronaca della mobilitazione, con costanti aggiornamenti dal presidio e su tutte le iniziative.. mandateci tutto e noi lo pubblichiamo!
    Verrei volentieri al presidio ma attualmente mi trovo a qualche migliaio di chilometri di distanza, a Toulouse!!

  2. ciao ragazzi, complimenti per il vostro articolo illuminante! siete stati molto bravi a spiegare tecnicamente quello che nasconde l’affare eolico..che ben presto diventera’ affare fotovoltaico.
    voglio pero’ darvi qualche rassicurazione, per cosi’ dire..innanzitutto in merito ai comitati, che non sono affatto fantomatici, che’ hanno uno statuto e una sede legale. e’ vero, purtroppo a volte manca la mail xche’ si tratta di persone di eta’ medio alta che forse hanno poco a che fare con la tecnologia e preferiscono l’incontro di persona nelle case o in qualche luogo di ritrovo comune.
    vi assicuro pero’ che la loro azione e’ concreta tanto da aver partecipato al procedimento in corso presso il TAR MOLISE insieme alla Sovrintendenza e alla Provoncia di CB (la Regione ha desistito!!) inoltre insieme ai tecnici stiamo scrivendo una lettera ad alcuni rappresentanti del Parlamento Europeo per raccontare la vicenda molisana e cio’ che accade in generale in Italia come del resto avete fatto anche voi benissimo.
    anzi, a tal proposito, vi invito ad inviare l’articolo alle sede comunitarie (vi inviero’ tramite ivan le mails) e se volete, quando volete, venite ad altilia..non avete bisogno di inviti.
    un’ultima cosa, per laura:non preoccuparti,l’articolo e’ stato girato a circa mille contatti 🙂
    vi ringrazio e vi mando un abbraccio..insieme alla certezza che i giovani (e mi infiltro anch’io!) non sono solo uno slogan elettorale!!
    caterina

  3. Per i lettori dell’articolo: per un problema nella pubblicazione, sono saltati i numeretti delle note, quindi in fondo all’articolo trovate il testo delle note senza riferimenti nel testo. Lo rimetterò a posto al più presto!

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