L’autunno è iniziato. Si presenta mite, tranne qualche primo sbuffo di freddo. Alle 9 e 30, nella consueta piazza Mancini, al lato opposto della piazza della Stazione di Napoli centrale, sotto l’ombra degli interminabili lavori per la linea 1 del metrò, si concentrano un migliaio di persone. Cobas Scuola, disoccupati, studenti universitari e precari della scuola e dell’università. Contro i tagli al mondo della formazione, contro la Gelmini, contro i tagli al diritto allo studio.

Qualcuno pensa già al corteo del giorno dopo a Roma; quello stesso corteo che si presenta teso, a rischio “infiltrati” per dirla con le parole del ministro Maroni, che invita i sindacati a “stare attenti”… ma stare attenti a chi?

L’atmosfera si presenta rilassata e il corteo sfila sul solito percorso: Corso Umberto, Via Diaz, Via Sanfelice, Piazza Matteotti, dove è previsto il comizio conclusivo. Nulla di nuovo, nulla di insolito.

Quello che si chiede è un posto di lavoro decente, una maggiore libertà di accedere ai luoghi in cui si fa la cultura, un diritto allo studio equo e per tutti. La paura è la stessa da qualche anno a questa parte: la scuola e l’università stanno diventando luoghi morti, in cui l’unico insegnamento che viene dispensato è quello della selezione di classe, della limitazione dei diritti, della mancanza di spirito critico; un luogo in cui gli insegnanti, i ricercatori e gli studenti vengono resi complici di una preparazione sempre più parcellizzata e specifica che lascia poco margine alle interpretazioni e molto alle esigenze di soggetti privati, esigenze che passano per la costituzione di un soggetto lavorativo funzionale a un mercato sempre più flessibile, sempre più violento, sempre più bestiale.

Arrivati alla fine, in piazza Matteotti, quella con il bel palazzo delle poste centrali (raro esempio di pregevole architettura fascista), il corteo devia per una strada pedonale.

La deviazione è pacifica, come pacifico e tranquillo è stato lo svolgimento della manifestazione. Non Appena lo spezzone gira per il percorso pedonale che dovrebbe condurlo alla sede della Regione, come spesso succede, si “sfilaccia”, ovvero perde di consistenza lasciando degli spazi vuoti. In uno di questi spazi vuoti si inserisce un serpentone di poliziotti in tenuta anti-sommossa separando così lo spezzone in due parti. È allora che succede l’impensato. Chi si trova davanti viene assalito da una improvvisa carica di celerini, molti dei quali in borghese. I poliziotti accerchiano due compagni: uno viene ferito al volto, l’altro viene preso di peso e portato via.

Il corteo si ricompatta in piazza Matteotti e si sposta sotto la questura. È mezzogiorno. Da questo momento in poi, la giornata sembra interminabile.

Dopo due ore e un quarto non si sa nulla delle condizioni del compagno fermato. L’avvocato non riesce ad avere alcuna notizia né a vedere il suo assistito. Sono le normali procedure di identificazione, si dice. Ma si rincorrono le voci più disparate. Sono quasi le tre di pomeriggio. Solo intorno alle 17 e 30 si ha la notizia peggiore che ci si potesse aspettare. Il compagno trattenuto risulta ancora in stato di fermo. L’avvocato designato all’assistenza legale può vederlo, e viene a conoscenza della decisione della questura di processarlo per direttissima.

L’episodio è gravissimo. La decisa e programmata carica della polizia a un corteo pacifico dà la misura di un autunno che inizia all’insegna della repressione per i lavoratori, gli studenti e per tutti quelli che lottano e rivendicano quei diritti che gli sarebbero dovuti. Ancora una volta la polizia e lo Stato mostrano il loro volto più brutale e più violento, ancora una volta viene innescato un clima di tensione che punta a sopprimere il diritto di espressione delle proprie idee e di rivendicazione delle proprie esigenze.

Rimane solo il pensiero al corteo di Roma, alle dichiarazioni del ministro dell’interno, ai licenziamenti, alle casse integrazioni, ai tagli all’istruzione. Di notte la grande strada fuori la questura è vuota; si sente il rumore delle automobili, e dei camion che rimuovono i cumuli di rifiuti. La giornata che sembrava interminabile, per ora, è finita. Chi è rimasto “fuori” è tornato a casa più tardi di quanto avesse previsto, e domani si alzerà più presto, prima dell’apertura del tribunale, aspettando l’ennesimo processo. Intanto, un nostro compagno si trova ancora in una stanza nel palazzo della questura di Napoli.

Questa mattina (16/10) un centinaio di compagni aspetta fuori al tribunale l’evoluzione della situazione. Il contatto con gli avvocati è continuo. Inizia il dibattimento per decidere se ci sono gli estremi per un rilascio completo, oppure per porre il nostro compagno in stato di arresto e celebrare il processo per direttissima, che il giorno prima sembrava sicuro. È una prima, timida, notizia che incoraggia. Poco dopo, venuti a conoscenza della versione dell’accusa, si notano delle contraddizioni. Ma il definitivo sospiro di sollievo arriva quando si conferma che il PM non intende procedere e revoca il fermo facendo cadere le accuse.

Se questa storia ha un lieto fine, non bisogna dimenticare che la stretta repressiva è stata inaudita: un ragazzo ferito in volto, una carica selvaggia contro un corteo del tutto pacifico, un castello di accuse false e tendenziose che questa volta non sono risultate credibili, ma che lasciano emergere il ricorso a pratiche e mezzi inquietanti pur di criminalizzare le lotte. Le lotte non si processano, i diritti non si arrestano.

L’autunno è iniziato.