Emergenza, emergenza, emergenza! Pubblichiamo di seguito un resoconto della cosiddetta emergenza immigrazione che ha visto protagonista anche la nostra regione. Non possiamo però esimerci dal fare alcune valutazioni. Ancora una volta la logica emergenziale propone esperimenti politici di controllo che si appoggiano sulla sospensione delle regole democratiche. Non solo, ma in nome dell’emergenza vengono creati mostri giuridici e istituzionali che applicano un vero e proprio controllo totale sui corpi e – perché no – sulle menti di soggetti che vengono classificati come soggetti da reprimere. L’emergenza, ormai, diventa l’unica regola e si attesta come fonte stessa di diritto. Un diritto distorto, forse distopico, che permette repressione ed esclusione indiscriminata.

La tendopoli di Campochiaro è esempio lampante di questo tipo di deriva. Questo centro ibrido, metà centro di identificazione ed espulsione, metà centro per richiedenti asilo, è potuto diventare un vero e proprio campo di reclusione grazie alla “normalità dell’eccezione”: appoggiandosi, cioè, da una parte a una legislazione razzista che istituisce la condizione di clandestinità e allo stesso tempo la classifica come reato, e dall’altra a una dichiarazione di emergenzialità che permette alla Protezione Civile, alle Prefetture, alle Regioni, di avere le mani slegate da regole che ne rallenterebbero l’operato e la “creatività”. Così, in men che non si dica, il territorio di Campochiaro è stato militarizzato e presidiato per “accogliere” (leggi: recludere) un numero di persone che non avevano di fatto commesso nessun reato.

Il sospetto è, ancora una volta, che in nome dell’emergenza vengano fatti passare una serie di provvedimenti che non solo non hanno nessun interesse a tutelare i diritti e a soddisfare i bisogni delle persone, ma risultano essere dei veri e propri laboratori di repressione. Non possiamo evitare di pensare alla terribile e inquietante operazione portata avanti (anche lì in nome dell’emergenza) sulla pelle dei terremotati dell’Aquila rinchiusi in una tendopoli che è diventata una vera e propria prigione a cielo aperto.

Noi rifiutiamo ogni logica razzista e repressiva e quello che è successo in Molise ci sembra perfettamente appaesato con la deriva repressiva dello Stato italiano e della “Fortezza Europa”. Nonostante questa presa di posizione, abbiamo comunque sentito l’esigenza di raccogliere qualche dato più preciso e di fare chiarezza sugli aspetti più tecnici della gestione dell’emergenza immigrazione in Molise. Ad oggi, comunque, sappiamo che le commissioni che dovevano giudicare della idoneità all’asilo politico dei migranti hanno emesso 20 giudizi, tutti e venti negativi. Anche questa volta, dunque, nonostante i proclami entusiasti di alcuni esponenti politici (si veda il primo commento a questo articolo), non si fa altro che produrre esclusione sociale. Sembra quasi che il vero interesse delle autorità sia quello di mantenere le persone in uno stato di clandestinità, piuttosto che risolvere i problemi della gente, giocando ad alimentare la paura nei confronti del cosiddetto “diverso”, presentandolo come una minaccia sociale da tenere lontana.

In seguito alle rivolte del Nord-Africa, e in particolare, in seguito all’attacco militare occidentale alla Libia, si è parlato molto di emergenza immigrazione. Ci erano stati prospettati numeri stratosferici, apocalittici, di persone che avrebbero avuto in gran parte diritto all’asilo politico e dunque a ricevere una formazione lavorativa qui in Italia. Al di là del fatto che i numeri non sono stati così grandi – 50 mila persone a fronte di 5 milioni di cittadini di origini straniere che già vivono sul territorio italiano-, non c’è dubbio che il modo di gestione dell’emergenza abbia disegnato una strategia precisa in materia di immigrazione. Una strategia, fra l’altro, che bene si inserisce nella legislazione escludente e razzista che già abbiamo avuto modo di vedere all’opera.

Innanzitutto, bisogna precisare che nel nostro paese esisteva già, prima dell’emergenza, un sistema preposto a fornire assistenza a quanti, in fuga da guerre e persecuzioni, facevano domanda di protezione internazionale. Esisteva, ed esiste, lo SPRAR (Sistema di Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati), una rete di enti locali che offre un tipo di accoglienza che va oltre la semplice offerta di vitto e alloggio, occupandosi dell’inserimento socio-economico delle persone assistite. Ma il governo italiano, in aprile, nel pieno dell’ondata migratoria, ha fatto la precisa scelta politica di creare un sistema parallelo gestito dalla Protezione Civile, invece di potenziare quello esistente, che, pur con i limiti e i difetti che poteva avere – primo fra tutti, la carenza di posti –, permetteva di garantire un insieme di diritti fondamentali che oggi sono invece a rischio.

La gestione dell’emergenza è sintetizzabile in un sostanziale decentramento delle decisioni e delle condizioni di accoglienza. Partiamo dall’inizio. Chi si ricorda di Campochiaro? La tendopoli organizzata dalla Protezione Civile ospitava provvisoriamente i migranti provenienti dai centri di Lampedusa e di Mineo, in condizioni difficilmente verificabili visti i divieti di accesso al centro, fatta eccezione per i giornalisti e i parlamentari. Solo dopo le proteste e il presidio organizzato il 9 aprile 2011 dagli attivisti/e antirazzisti molisani, una delegazione entrò nel campo, e scoprì che i migranti ricevevano solo un pasto freddo e una bottiglietta d’acqua da mezzo litro al giorno. Dopo la denuncia e l’incontro con il Prefetto, i movimenti molisani ottennero almeno che l’appalto per il vitto cambiasse gestione e che gli “ospiti” di Campochiaro ricevessero tre pasti al giorno. Giuridicamente questo centro, come tutte le tendopoli similari, è difficilmente identificabile: non si tratta, infatti di un centro per richiedenti asilo (CARA), né propriamente di un Centro di identificazione ed espulsione (CIE), ma prende ispirazione da entrambe le cose. In queste tendopoli vengono solo avviate le procedure per la richiesta di asilo politico, dopo l’identificazione e lo screening sanitario, senza quelle attività che possono avviare un percorso di integrazione (mi riferisco all’assistenza legale e ai corsi di lingua). Il centro di Campochiaro doveva supportare e alleggerire Lampedusa: la permanenza dei migranti doveva essere sostanzialmente temporanea e in seguito a un primo colloquio con la questura e alla compilazione della richiesta di asilo i migranti avrebbero dovuto essere smistati alle Regioni. A Tratturi risulta però che alcune persone sono state trattenute a Campochiaro anche per un mese, senza mai poter uscire. (Non siamo riusciti a capire, infatti, se il fatto che i migranti non escano mai dal campo si basi su un divieto esplicito, giuridicamente fondato, su una prassi informale o che altro).

Questo tipo di “accoglienza” – identificazione e compilazione richiesta d’asilo dei centri come Campochiaro, smistamento nelle varie regioni – si dava sulla base di un accordo siglato il 6 aprile 2011 fra il Governo, la Conferenza Stato- Regioni, l’Associazione Nazionale Comuni Italiani e l’Unione Province Italiane, che riguardava la presa in carico da parte delle regioni di quote di immigrati in maniera proporzionale al numero degli abitanti e alle capacità ricettive. Contemporaneamente, il Capo Dipartimento della Protezione Civile nazionale è nominato Commissario straordinario per l’“emergenza umanitaria”. Le regioni, una volta ricevuti i loro migranti si preoccupavano di individuare le strutture ricettive in cui alloggiare i richiedenti asilo, e di tutti i servizi annessi si occupava la Protezione civile.

Le strutture ricettive in cui i migranti sono alloggiati sono generalmente alberghi e villaggi vacanze, che ovviamente non hanno mai lavorato in questo settore e inoltre, a quanto ci risulta, non hanno partecipato ad alcuna gara di appalto, scavalcando quindi le normali procedure – altro “miracolo” permesso dalla gestione emergenziale affidata alla Protezione Civile (si tratta dello stesso meccanismo che ha permesso gli scandali di Bertolaso, la ricostruzione dell’aquila ecc). I migranti si trovano per almeno sei mesi in una situazione di perenne attesa, che – in caso di negazione del permesso d’asilo – non è altro che l’anticamera della clandestinità. Per i primi sei mesi, il tipo di permesso che gli viene concesso (si tratta di un permesso di tre mesi che poi viene rinnovato per altri tre) nega loro la possibilità di cercare un lavoro e di fare tirocini di avviamento professionale. Questa condizione, ovviamente, sarebbe meno pesante se le strutture per la ricezione dei migranti fossero strutture che lavorano quotidianamente e costantemente nel settore, capaci, cioè, di offrire assistenza e servizi continuativi, oltre che spazi di socialità, aule scolastiche, laboratori informatici o dedicati ad attività artigianali… Ma così non è, perché sono troppo poche le strutture di questo tipo presenti sul territorio nazionale, e quelle che ci sono spesso devono farcela da sole senza uno straccio di aiuto da parte di uno Stato che ha tutto l’interesse a tenere i migranti in una posizione di esclusione sociale.

E in Molise qual è la situazione? Ne abbiamo parlato con Loredana Costa, presidentessa di Dalla parte degli ultimi, l’associazione alla quale in Molise è stata affidata la gestione di una serie di servizi di supporto ai richiedenti asilo.

Attualmente, in regione i richiedenti asilo sono alloggiati in varie strutture a Jelsi, Ferrazzano, Vinchiaturo, Colle d’Anchise, San Martino in Pensilis, Petacciato, Civitacampomarano e Campobasso. Di queste, solo Civitacampomarano e San Martino in Pensilis sono pubbliche. A Civitacampomarano si tratta di un appartamento di proprietà del comune e a San Martino c’è l’unica struttura destinata espressamente all’accoglienza di famiglie immigrate. Questo significa molte spese per il pubblico, che deve pagare l’affitto delle strutture, e grandi guadagni per i gestori privati, che devono solo garantire le pulizie (non quotidiane). Per l’affitto delle strutture, qui in Molise, i privati ricevono tra i 12 e i 18 euro al giorno per migrante. Se pensiamo che si tratta di alberghi o villaggi che lavorano due o tre mesi l’anno, e se consideriamo che i servizi da loro offerti sono niente di più che il minimo indispensabile, possiamo tranquillamente dire che si è trattato di un vero e proprio affare.

L’associazione Dalla parte degli ultimi è invece incaricata di una serie di servizi che gli albergatori privati non sarebbero certo in grado di offrire. Accanto alla fornitura di pasti, di vestiario, di beni per l’igiene personale e al pagamento della “paghetta” settimanale cui i richiedenti asilo hanno diritto (2,50 euro al giorno che devono bastare per tutte le spese personali, comprese le telefonate intercontinentali), si occupa infatti anche di assistenza legale, corsi di italiano, mediazione linguistica e culturale, accompagnamento ai servizi sul territorio (soprattutto sanitari). Loredana ci ha parlato delle difficoltà che l’associazione sta avendo nel lavorare con questo sistema emergenziale. La convenzione, infatti, viene rinnovata ogni tre mesi e il pagamento per i servizi prestati avviene per rendicontazione alla scadenza dei tre mesi: questo significa, per un’associazione come Dalla parte degli ultimi, dover anticipare le somme per pagare gli operatori, non poter garantire la continuità né dei servizi né dei posti di lavoro, non poter programmare un intervento a lungo termine. I proprietari delle strutture, invece, vengono pagati in anticipo.

Il circuito che si crea è diabolico. I servizi come la mediazione culturale e linguistica, l’assistenza legale, i corsi di italiano, che permetterebbero di rendere meno difficile l’attesa delle risposte dalle commissioni che esaminano le domande d’asilo, che sono normalmente previsti dall’assistenza “non emergenziale” ai richiedenti asilo e che fanno materialmente la qualità della vita di queste persone, vengono affidati a pochi operatori che, proprio per come è organizzata l’emergenza, vengono pagati con scarsa regolarità e in maniera non adeguata alle loro competenze, mentre gli unici che davvero ci guadagnano sono albergatori privati.

Il fatto è che nessuno ha previsto la presenza dei migranti come un qualcosa di cui le intere comunità debbano farsi carico, ma solo come una presenza da tenere in disparte, ai margini della vita della comunità e ai margini del mercato del lavoro, in una perenne esclusione destinata a peggiorare.

A peggiorare le cose, la gestione regionale del fenomeno migratorio crea disparità enormi fra territori più attrezzati e territori meno pronti all’accoglienza, creando altre e tremende differenze e disgregazioni fra i migranti. Alcune regioni italiane, come la Toscana, si sono almeno in parte prese in carico l’assistenza ai richiedenti asilo attraverso gli assessorati preposti, mentre in Molise si è scelto di delegare alle associazioni di volontariato, che si sforzano di supplire, con condizioni contrattuali difficili, alle inadempienze del settore pubblico.

In breve, come al solito, l’unica risposta che lo Stato riesce a dare alle situazioni critiche è l’esclusione, e l’unica speranza che viene data ai soggetti più deboli (a prescindere dalla razza e dalla nazionalità) è quella di guardarsi alle spalle per vedere se c’è qualcuno messo peggio di lui.

Roberto Evangelista e Laura Acquistapace

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