In questo caldo agosto molisano, tra sagre e feste di paese, capita talvolta di imbattersi in una serata in cui, accanto alla pizza di grandinio, si mangia pure il cous cous, al suono di percussioni africane – di questa inconsueta serata, e delle sue contraddizioni, avevamo parlato in un precedente post: http://tratturi.noblogs.org/2011/08/08/pizza-di-grandinio-spaghetti-di-riso-e-cous-cous ) Già, perché insieme agli americani di ritorno per qualche settimana al paese natio, in Molise puoi trovare quest’anno anche qualche africano non proprio in viaggio di piacere, bensì fuggito da un paese in guerra, la Libia.

Fuggiti da quella guerra alla quale anche il nostro paese partecipa, in barba all’articolo 11 della Costituzione (con il beneplacito del suo garante, Napolitano) e per fini economici, molto meno alti e nobili di quelli ufficialmente dichiarati. L’Italia tra l’altro torna per la seconda volta in Libia, senza mai aver fatto i conti con il proprio passato coloniale, completamente rimosso dalle nostre coscienze e dai libri di storia.

numeri

Una scarna pagina web sul sito della Protezione Civile Molise (http://www.protezionecivile.molise.it/index.php/emergenza/emergenze-in-corso/emergenza-profughi.html ) dà qualche notizia sulla gestione di questa “emergenza” nella nostra regione. Essenzialmente, si tiene il conto dei trasferimenti da e per il campo di Campochiaro e le altre strutture molisane dove vivono i richiedenti asilo. Al 19 agosto, data dell’ultimo aggiornamento, sono 200 i migranti rinchiusi in attesa di identificazione in una tendopoli allestita a Campochiaro, mentre 117 rifugiati vivono in altre strutture a Vinchiaturo, Colle D’Anchise, Ferrazzano, S. Martino in Pensilis e Jelsi. La Protezione civile ha affidato la gestione dei centri nei vari paesi e una serie di servizi – l’interpretariato, la mediazione culturale, i corsi di italiano… – all’associazione Dalla parte degli ultimi e alla Caritas.

Le persone

Non accontentandoci solo dei numeri, abbiamo deciso di incontrare alcune di quelle persone e quindi siamo andati all’hotel Le Cupolette di Vinchiaturo, un pomeriggio di agosto (http://tratturi.noblogs.org/2011/08/14/tratturi-incontra-i-migranti-tratturi-rencontre-les-immigrees/), poi una sera durante il Ramadan e infine al pranzo organizzato dall’associazione Dalla parte degli ultimi, il giorno successivo alla festa di Eid-al-Fitr (la fine del Ramadan).

Le migranti e i migranti, 28 di cui 3 bambini, sono sistemati in una struttura abbastanza squallida sul retro dell’hotel, in una serie di camerette triple. Oltre all’alloggio ricevono le provviste per cucinare e 2,50€ al giorno, versati settimanalmente, per le spese personali. Per due ore al giorno fanno lezione di italiano, hanno un telefono fisso e un pc con connessione a internet, fornito dall’associazione “Primo Marzo”.

Qualcuno direbbe “vabbuò, ma in fondo stanno bene”. Mangiano, bevono, hanno un tetto sulla testa e dei vestiti addosso, assistenza medica se ne hanno bisogno, possono chiamare a casa e hanno persino qualche soldo che possono spendere come vogliono. Qualcuno direbbe che è già molto per dei “poveracci” fuggiti in fretta e furia da un paese in guerra.

Ma non di solo pane vive l’uomo, dice qualcun altro.

Tutte e tutti lavoravano in Libia dove erano emigrati/e in cerca di una vita migliore e allo scoppio della guerra sono fuggiti; per questo, una volta arrivati sul suolo europeo, hanno chiesto lo status di rifugiati – “il primo giorno” ci racconta Chiara Zappone, “li abbiamo aiutati noi perché in Questura all’ufficio immigrazione nessuno parla inglese o francese!”.

Un limbo giuridico chiamato richiesta di asilo

Ora le/i richiedenti asilo aspettano. Aspettano da circa tre mesi di essere intervistati dalla Commissione territoriale (di Foggia o di Caserta) preposta ad esaminare la loro richiesta. E dopo l’intervista, bisognerà ancora aspettare una risposta definitiva. Ad ottobre inizieranno le interviste, a partire dai migranti di Jelsi, i primi ad aver fatto domanda.

Nell’attesa, il permesso temporaneo – peraltro per molti già scaduto o prossimo alla scadenza – non permette loro di avere un contratto di lavoro, è per questo che lo Stato passa a tutti i richiedenti asilo vitto, alloggio e il contributo per le spese personali. In pratica, sono cittadini/e di nessun paese, sospesi in un limbo giuridico che ha più ripercussioni sulla vita quotidiana di quante ne possiamo immaginare. Non poter lavorare è ciò che sicuramente pesa di più: non potersi mantenere e non poter mandare i soldi a casa, a dei familiari che se li aspettano e che ne hanno bisogno. E poi, non poter scegliere dove vivere e con chi – perché questa situazione obbliga a una convivenza a volte complicata con delle persone con cui non hai scelto di vivere. Infine, non sapere quanto tutto questo potrà durare.

E’ difficile immaginare, per noi che siamo abituati a dare per scontate certe libertà, come ci si possa sentire in una tale situazione di dipendenza totale, di sospensione e incertezza. Non di solo pane vive l’uomo, dicevamo, ma anche della possibilità di auto-determinarsi e di scegliersi la propria vita. E’ difficile anche solo immaginare quanto sia dura far passare le giornate quando non hai nessun impegno (salvo una lezione di italiano).

Chi scappa e chi protesta

In un altro paese avrei avuto subito i documenti, ci dice N. in inglese. Qua io mangio, bevo e dormo il resto della giornata, ma la mia famiglia potrebbe non avere medicine e non avere di che mangiare, io non sono tranquillo. Se non mi vuoi dimmelo subito e me ne vado ma non mi tenere così! Mentre parla, cerca di trattenere l’ira, perché durante il Ramadan non bisognerebbe fare “cattivi pensieri”.

Ci hanno detto che N. se n’è andato, non si sa dove: non ce l’ha fatta ad aspettare senza fare niente.

Anche in Puglia i rifugiati non sono rimasti senza far nulla ma si sono ribellati, protestando per i tempi lunghi per il riconoscimento dello status di rifugiati (http://it.peacereporter.net/articolo/29759/Il+limbo+dei+richiedenti+asilo) ; pochi giorni dopo il governo ha aumentato il numero di Commissioni territoriali che devono esaminare le richieste (http://www.meltingpot.org/articolo16925.html).

Vinchiaturo e Campochiaro come L’Aquila

Tornando alle migranti e ai migranti di Vinchiaturo, c’è da osservare che vivono in un posto che non facilita certo l’incontro con la realtà italiana: un hotel in mezzo alla distesa d’asfalto di una zona industriale, un non-luogo dove al massimo, qualche camionista si ferma per prendere un panino. Siamo ben lontani dall’“integrazione” tanto decantata dai benpensanti politici regionali (vedi il nostro già citato articolo: http://tratturi.noblogs.org/2011/08/08/pizza-di-grandinio-spaghetti-di-riso-e-cous-cous/ ).

Per fortuna, in tutti gli altri casi i richiedenti asilo vivono nei centri dei paesi, e c’è da registrare una bella iniziativa a Jelsi: i migranti hanno partecipato, con un proprio carro, alla sfilata della Festa del grano il 26 luglio.

La situazione dei richiedenti asilo nel campo di Campochiaro, a Vinchiaturo e in tante parti d’Italia somiglia a quella vissuta dai terremotati a L’Aquila. La stessa gestione di tipo emergenziale, affidata alla Protezione Civile, che raduna in uno stesso luogo, anzi un non-luogo come può essere una tendopoli o un maxi-albergo alienante, un numero più o meno grande di persone e le confina lì – o le rinchiude- nell’attesa estenuante di ottenere una vera casa o l’asilo. Intanto, li tiene in una sorta di stato di minorità e di dipendenza, in una precarietà che tende a diventare definitiva, nell’insicurezza del loro futuro.

L’avvocato che non c’è

Altro elemento che abbiamo osservato, è la scarsa informazione dei richiedenti asilo sui loro diritti: a Vinchiaturo, quando li incontriamo, ci fanno molte domande; alcuni vorrebbero parlare con un avvocato, perché ne hanno incontrato uno solo una volta. Ma se per molti di loro non è ancora possibile sapere quando saranno convocati dalla commissione, altre cose andrebbero loro dette: che dopo 6 mesi, se la Commissione non avrà ancora deciso, avranno un permesso che consentirà di lavorare; che in caso di rigetto della domanda potranno fare ricorso. E dovrebbero essere informati sui loro diritti durante il colloquio con la Commissione, aiutati a prepararsi a questo colloquio, a raccontare con chiarezza le loro vicende, a rispondere a domande su momenti dolorosi della loro esperienza, a non cadere in contraddizione con quanto dichiarato precedentemente.

Un futuro incerto e le contraddizioni italiane

I richiedenti asilo vogliono giustamente sapere che cosa succederà e ci domandano continuamente se sappiamo qualcosa. Difficile prevedere un futuro facile per loro, in un paese dove gli stranieri sono periodicamente vittime di campagne di criminalizzazione, strumentalizzati ai fini della propaganda politica. In un’Italia in cui la clandestinità è un reato e un “lavoratore straniero” se perde il lavoro diventa un pericoloso sovversivo, anche se è lo stesso che fino a qualche giorno prima faceva il muratore nei nostri cantieri, o la stessa che curava nostra nonna giorno e notte. Un sistema che punta chiaramente a tenere gli stranieri sotto il ricatto della clandestinità e renderli quindi più sfruttabili.

Maroni già “stima” – in altre parole, ha deciso che sarà così – che solo il 35-40% dei richiedenti otterrà l’asilo (il manifesto, 17/08/2011, p. 6). Per gli altri, forse un permesso per ragioni umanitarie, come ipotizza qualcuno, o forse il rimpatrio senza tanti complimenti.

Intanto, notizie inquietanti provenienti dalla Libia “liberata” parlano di persecuzioni ad opera del CNT, il consiglio di transizione libico, verso i migranti, accusati di essere dei mercenari al soldo di Gheddafi. Queste notizie confermano i racconti di alcuni migranti, che dicono di essere stati costretti a partire perché ricercati. Anche l’UNHCR, l’Alto commissariato ONU per i rifugiati, invoca in questa fase delicata protezione per i cittadini di paesi terzi presenti in Libia e evidenzia che “nelle fasi precedenti di questa crisi abbiamo visto che queste persone, specialmente africani, possono essere particolarmente esposte agli effetti del conflitto o ad atti di vendetta” (http://www.unhcr.it/news/dir/25/view/1037/guterres-appello-per-la-sicurezza-dei-cittadini-di-paesi-terzi-presenti-in-libia-103700.html) Riteniamo che l’Italia non possa ignorare tutto questo e rifiutare la concessione di una forma di protezione internazionale ai migranti provenienti dalla Libia. Al contrario, l’Italia deve assumersi la responsabilità di accogliere queste persone, che scappano da una guerra a cui l’Italia stessa sta partecipando.

Laura Acquistapace

con la collaborazione di Alessia Acquistapace, Pietro di Paolo, Manuel Colangelo e Roberto Evangelista

P.S. Un ringraziamento a tutti i richiedenti asilo che abbiamo incontrato.

P.P.S. Non finisce qui! Presto altri approfondimenti e aggiornamenti su migranti e richiedenti asilo. Stay tuned!

I nostri articoli sulla situazione dei migranti:

– In Molise…

Tratturi incontra i migranti

Pizza di grandinio, spaghetti di riso e cous cous

Report del sit-in davanti alla tendopoli di Campochiaro

– …e fuori

Comunicato dei detenuti del Cie di Ponte Galeria

Un mostro giuridico chiamato CAI

Clandestino: de prisa de prisa! La tendopoli a Campochiaro, le stragi dell’Occidente