Si fa presto a dire decrescita. Lettera aperta di alcuni attivisti/e molisani

La decrescita non è solo autoproduzione, riduzione dei consumi e “rispettiamo l’ambiente”. C’è un patrimonio di riflessione sulla democrazia, sulla giustizia e sul potere che non deve essere dimenticato. Lettera aperta alcune/i attiviste/i molisani/e.


Siamo un gruppo di attiviste e attivisti molisani. Alcuni/e di noi sono stati attivi sul tema della decrescita, della sostenibilità e del “meno e meglio” già dalla fine degli anni ’90. Uno di noi è stato anche fondatore, nel 2009, del circolo della decrescita felice di Campobasso.


Sentiamo l’urgenza di condividere con voi alcune riflessioni, perché proprio in questo momento di crisi in cui la decrescita può diventare un discorso quasi di moda, è quanto mai importante che tutte/i noi restiamo vigili, per evitare che le nostre idee, le nostre energie, i nostri desideri vengano ribaltati e utilizzati per scopi che non ci appartengono.

Il 15 gennaio dell’anno scorso, Simone Perotti, autore del libro “Adesso Basta“, fu invitato alla trasmissione L’inchiesta di Rainews24, dove la sua esperienza di vivere con soli 500 euro al mese in un casolare di campagna, autoproducendo quasi tutto quello di cui aveva bisogno, veniva utilizzato dal conduttore della trasmissione per far passare quasi per consumisti viziati i precari e le precarie in lotta per il contratto di lavoro e per uno stipendio decente.

Era un anno fa, la crisi era soltanto alle porte, ma quella trasmissione può essere il nostro piccolo test per capire che cosa potrebbero farne del discorso della decrescita oggi. Perché, con la crisi in atto, il tema dell’autoproduzione e della riduzione dei consumi si presta molto bene a sostenere la retorica del sacrificio per cui “c’è la crisi, dobbiamo sacrificarci tutti” – anche se poi in realtà a essere sacrificati sono solo i diritti e i redditi dei più deboli, oltre che – non dimentichiamocelo – gli ultimi residui di legittimità democratica delle nostre istituzioni.

Ma la decrescita non è solo autoproduzione, riduzione dei consumi e “rispettiamo l’ambiente”.

Ridurla a questo significa buttare alle ortiche tutta un patrimonio di riflessioni e di sperimentazioni pratiche sulla democrazia diretta, sulle relazioni sociali, sulla giustizia sociale e sul potere che i movimenti per la decrescita hanno accumulato nei lunghi anni in cui non erano ancora sulla ribalta mediatica, e che per noi sono parte integrante e irrinunciabile del discorso della decrescita.

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Gli argomenti più semplici e più usati per spiegare la decrescita a chi non ne ha mai sentito parlare sono sostanzialmente due.

Argomento numero uno: è sbagliato pensare che il Prodotto Interno Lordo, che è la somma del valore monetario di tutti i beni e i servizi prodotti da un paese in un anno, sia un indicatore di quanto stiamo bene. Infatti, se ci sono più ingorghi in autostrada, cresce il consumo di carburante e quindi cresce il prodotto interno lordo, ma la crescita del PIL in questo caso sarebbe piuttosto l’indicatore di quanto stiamo male: tempo perso fermi in coda, inquinamento, tumori, stress.

Viceversa, se io mi produco lo yogurt in casa, faccio scendere il PIL (perché non c’è più uno che deve produrre il vasetto di plastica, uno che deve produrre lo yogurt, un altro che deve trasportarlo fino al supermercato, un altro ancora che deve ideare la campagna pubblicitaria della Yomo e così via) eppure la qualità della mia vita migliora notevolmente.

Argomento numero due. Il sistema economico in cui viviamo si regge in piedi solo se il PIL cresce sempre, anno dopo anno. Ma aumentare la produzione all’infinito non è pensabile, visto che viviamo su un pianeta finito e limitato. Le risorse della terra – acqua, energia, terreno, materie prime – sono limitate e si rigenerano a una velocità di gran lunga inferiore rispetto a quella con cui le consumiamo. Dunque questo sistema economico non è ecologicamente (oltre che socialmente) accettabile e va sostituito con un sistema economico che non si basi sulla crescita “ad libitum”.

Questi argomenti sono veri, ma non sono abbastanza per definire cosa siano davvero i movimenti per la decrescita, o perlomeno per definire la decrescita che vogliamo e per la quale, come attiviste/i, abbiamo voglia di impegnarci.

Cerchiamo quindi di capire cosa sta succedendo.

Fino a qualche tempo fa, parlare di decrescita suonava come una bestemmia alle orecchie della maggioranza della gente.

Ma negli  ultimi tempi, l’idea che il prodotto interno lordo non possa continuare a crescere all’infinito si sta facendo strada – per evidenti e dolorose ragioni – nella coscienza comune.

Anche il fatto che le risorse della terra sono limitate, e che si rigenerano a una velocità infinitamente inferiore a quella con cui le consumiamo, comincia finalmente a entrarci nel cervello.

Le strade di Napoli ingombre di rifiuti hanno prodotto la consapevolezza che forse produrre sempre più cose non è una mossa così geniale come poteva sembrare negli anni Ottanta, se non altro perché tutte quelle cose diventano poi rifiuti che non sappiamo dove mettere. (Sebbene in realtà il problema di Napoli non dipenda esclusivamente dalla quantità di rifiuti, ma da un sistema economico e da leggi italiane e europee che hanno trasformato lo smaltimento dei rifiuti in business).

E dopo il disastro di Fukushima, sono forse un po’ meno quelli che ancora credono che la tecnologia ci salverà, inventando modi sempre nuovi e sempre più efficienti per estrarre dalla terra l’energia e le materie prime di cui abbiamo “bisogno”.

Infine, in tempi di crisi, impoverimento e disoccupazione, il discorso del “torniamo a farci il sapone e il pane in casa e a mettere i soldi sotto il materasso, o magari a fare a meno dei soldi” può improvvisamente sembrare molto più attraente di quanto non apparisse in passato.

C’è stata un’epoca in cui più o meno tutti potevano sperare di riuscire prima o poi a pagarsi una colf (naturalmente immigrata) che gli tirasse a lucido l’appartamento con tutti i migliori prodotti chimici presenti sul mercato  – quelli che, a sentire la pubblicità, nessuna moglie e madre coscienziosa può far mancare nella sua casa. Un’epoca in cui quasi tutti potevano sperare di riuscire, magari verso i cinquanta, ad avere un conto in banca dignitoso e magari anche a comprare qualche titolo in un fondo comune di investimento. (Quanti poi effettivamente ci riuscissero è un altro discorso, ma di sicuro la speranza era alla portata di tutti, e questa speranza è durata molto più di quanto non suggerissero le condizioni reali in cui vivevamo e viviamo).

A quell’epoca, era impossibile anche solo pensare che farsi il pane in casa o rimestare per ore grasso e soda caustica in un pentolone potesse essere una cosa figa… Ma oggi che quella speranza è miseramente crollata, improvvisamente potrebbe iniziare a farci piacere sentirci dire che è bello e importante farsi il sapone in casa.

Insomma, di questi tempi, è diventato abbastanza facile trasformare la decrescita in un discorso quasi-populista.

Tutto bene dunque?

In realtà quasi tutti i teorici della decrescita avevano previsto che prima o poi saremmo arrivati a un punto in cui qualcosa di molto simile alla decrescita si sarebbe imposto come una necessità. Ma non ne hanno parlato come di un momento di gloria e di vittoria.

Serge Latouche, ne La scommessa della decrescita, cita Cornelius Castoriadis: “Senza un nuovo movimento, in mancanza di un risveglio del progetto democratico, l’ecologia può facilmente essere integrata all’interno di un’ideologia neofascista. Di fonte a una catastrofe ecologica mondiale, è molto facile immaginare regimi totalitari che impongono restrizioni draconiane a popolazioni sconvolte e apatiche” (p.173).

Sempre Latouche, nello stesso libro, afferma che “una società della crescita senza crescita”, cioè una società basata sulla stessa cultura capitalistica dell’accumulo e della crescita, che però rinuncia – perché costretta dai fatti – alla crescita economica, è forse l’unico tipo di società che potrebbe produrre un grado di infelicità maggiore di quello prodotto dalla società attuale.

Il libro di Latouche è stato scritto nel 2006. Ci sembra che la società dell’austerity in cui ci prepariamo a vivere, fatta di stringere la cinghia e rinunciare ai diritti in nome della salvezza dell’economia nazionale e europea, presenti delle preoccupanti consonanze con questo tipo di “società della crescita senza crescita”.

Poiché non è questa la società che vogliamo costruire, sentiamo il bisogno di ribadire due punti che sono per noi fondamentali:

1) Per noi una teoria della decrescita slegata da un discorso sulla giustizia sociale non ha senso.

Le teorie della decrescita, fin dalla loro origine, non nascono da una preoccupazione puramente ecologica (la limitatezza delle risorse del pianeta) ma da una preoccupazione per la giustizia sociale in rapporto a una considerazione ecologica.

In altri termini, il ragionamento di chi per primo ha riflettuto su queste cose è stato: le risorse del pianeta sono limitate, la tecnologia rende più efficiente l’utilizzo di queste risorse ma comunque non le può espandere all’infinito, e in questo contesto il consumo abnorme operato dai paesi ricchi avviene a scapito dei paesi poveri; più precisamente, anzi, il consumo abnorme operato dalle generazioni presenti dei paesi ricchi avviene a danno delle generazioni presenti dei paesi poveri e delle generazioni future di tutto il mondo.

Le teorie della decrescita, insomma, introducono nei movimenti anticapitalisti la consapevolezza della limitatezza delle risorse del nostro ecosistema e il problema dell’equo accesso a queste risorse.

Essere per la decrescita non vuol dire semplicemente perseguire l’abbassamento del PIL, ma combattere la religione della crescita economica e del produttivismo, che è la struttura portante della cultura capitalista, il modo in cui opera l’accumulazione del capitale.

Se intendiamo la decrescita in questo senso, auspicare la decrescita vuol dire per forza di cose essere contro il capitalismo (anche se, viceversa, essere contro il capitalismo non sempre comporta essere contro la religione della crescita: ci sono alcune critiche del capitalismo che non si distanziano dal produttivismo, e anzi lo incorporano, sostenendo che solo attraverso i commerci possa esservi maggior benessere per la società).

Il libro di Latouche già citato è ricco di argomentazioni che spiegano perché “non si può mettere vino nuovo in vecchie botti”, vale a dire perché non serve a niente prendere questa o quella proposta decrescitista senza mettere in discussione il sistema economico nel suo complesso, e senza mettere in discussione i valori che esso esprime nel loro complesso.

Un movimento per la decrescita che non critica il capitalismo per noi non è un movimento per la descrescita, per la convivialità e la sobrietà, ma un partito dell’austerità che cerca di tenere buoni i precari, le precarie, i disoccupati dicendogli che l’importante è farsi l’orto o produrre lo yogurt in casa.

2) Per noi parlare di decrescita significa porsi il problema della redistribuzione delle risorse, ma anche quello della redistribuzione del potere, cioè della costruzione di collettività autenticamente democratiche.

Quando Latouche e gli altri teorici della decrescita propongono la rilocalizzazione dell’economia, non lo fanno semplicemente perché con i prodotti a chilometro zero si inquina di meno, ma perché rilocalizzare l’economia è la premessa indispensabile per rilocalizzare il potere, cioè per restituire a chi abita un territorio la sovranità sulle scelte che lo/la riguardano.

Perché è impossibile autogovernarsi se il prezzo del cibo che mangiamo lo decide qualcun altro: la lotta per la sovranità alimentare è questo, e non semplicemente una lotta per mangiare più sano.

E’ impossibile autogovernarsi se l’energia prodotta dalle pale eoliche impiantare sul territorio del mio comune se la cucca una multinazionale che non ha bisogno del consenso delle cittadine e dei cittadini della valle del Tammaro per sopravvivere.

E’ impossibile autogovernarsi se il nostro salario e il nostro orario di lavoro li decide qualcun altro, tanto che non ci restano più né tempo né energie da dedicare alla vita politica della comunità in cui viviamo. L’importante, allora, non è farsi l’orto in sé, ma farsi l’orto per sottrarsi il più possibile all’alienazione e alla schiavitù di dover dire di sì a tutti i più miseri lavoretti precari e sfruttati che ci si presentano dinanzi, e liberando tempo e creatività che indirizzeremo invece a combattere questo sistema, a cominciare dalle relazioni di potere che sperimentiamo quotidianamente.

La complessa galassia dei movimenti per la decrescita ha espresso una grande ricchezza di riflessione e di sperimentazione sul tema della democrazia partecipativa.

In molti ecovillaggi non ci sono capi né rappresentanti eletti, e le decisioni si prendono in assemblea con il metodo del consenso. Da qualche tempo queste eccezioni al sistema dominante si sono anche costituite in una rete nazionale (http://www.mappaecovillaggi.it ). La rete del nuovo municipio è un altro esempio della stretta connessione, pratica oltre che teorica, fra il problema dell’autogoverno e della democrazia partecipativa e quello della rilocalizzione e della sostenibilità sociale e ambientale dell’economia.

Non possiamo assolutamente permetterci di perdere per strada tutto questo patrimonio di riflessioni e di pratiche; abbiamo casomai bisogno di rilanciarle in avanti, ad esempio in direzione di una critica dei ruoli di genere e del modello della famiglia nucleare.

Non siamo disposte/i a impegnarci in un movimento per la decrescita che non ponga come tema centrale la questione della redistribuzione del potere fra le classi sociali, fra nord e sud del mondo, fra i sessi, fra le generazioni.

La casa unifamiliare in cui non si mangiano merendine ma solo verdure coltivate nell’orto dal papà e cucinate dalla mamma, onorando i valori dell’identità locale e del duro lavoro non è quello che abbiamo in mente.

Oggi c’è addirittura chi sostiene strumentalmente che la decrescita non sia un discorso né di destra né di sinistra. Per noi  la decrescita è e rimane un’idea radicalmente anticapitalista e antiautoritaria e, in quanto tale, necessariamente antifascista.

Siamo fortemente affezionati al tema della decrescita come riappropriazione delle nostre vite, per questo invitiamo tutti quelli e quelle che lo hanno a cuore quanto noi e a opporsi a tutti tentativi, più o meno subdoli, di banalizzare questo potenziale rivoluzionario.

La decrescita non è una ricetta per farci digerire la crisi.

La decrescita non è ritorno alla tradizione.

La decrescita è e deve essere sempre di più una pratica di liberazione.


Alessia Acquistapace

Laura Acquistapace

Manuel Colangelo

Pietro Di Paolo

Massimo Lupo

6 Replies to “Si fa presto a dire decrescita. Lettera aperta di alcuni attivisti/e molisani”

  1. bravissime/i, ragazze/i. Decrescitando ospiterò 4 donne che verranno alla nostra riunione della rete donne per la rivoluzione gentile. Vi seguo da lontano ma vi seguo…

  2. quello che intendevamo dire non è che “la decrescita non è dotata di autonomia politica in quanto non propone realmente un rimodellamento del sistema economico” bensì che alle sue origini proponeva un rimodellamento del sistema economico e che è responsabilità degli attivisti di oggi far sì che quella parte non sia separata e poi cancellata, come in parte è già accaduto e sta accadendo…

    per me la questione del “quanto” è inseparabile dalla questione del “come”, del “chi” e del “per chi”

    oggi chiunque ponga il problema del quanto senza tutto il resto non è credibile… ma anche chi pone il problema del “come” e del “chi” senza il “quanto” non è credibile

    per troppo tempo abbiamo posto il problema di un cambiamento radicale delle strutture senza porre il problema di un ripensamento delle vite, della cultura, dei consumi e dei desideri individuali e collettivi: per quanto mi riguarda, il femminismo insegna che le due cose sono inscindibili, l’uno senza l’altro non funziona… e viceversa, come giustamente dici tu.

  3. Concordo, in particolare con l’idea che la decrescita non sia dotata di autonomia politica in quanto non propone realmente un rimodellamento del sistema economico bensì soltanto dello stile di vita individuale, senza porre l’attenzione sui rapporti di produzione. Dice di produrre “quanto” è necessario, ma il problema è anche “come” si produce, “chi” produce e “per chi”.

    Su Cultura! Libertà! di frequente nascono dibattiti intorno a questa questione specifica: in che modo integrare la teoria della decrescita con movimenti anticapitalisti e antifascisti? Oppure, andando più a monte, non è che la teoria della decrescita in realtà non è indispensabile e sta già scritta tutta dentro teoria e prassi dei movimenti di sinistra?

    Detto questo, vi saluto e vi propongo una tra le tante riflessioni sull’argomento: «L’ambientalismo non basta: il caso di Balaguer»

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