Sarebbe bello se nelle nostre scuole, invece di insegnare la matematica attraverso triti stereotipi di genere, come la mamma che va al mercato a comprare le uova o il piccolo Gigi che conta le sue macchinine, o attraverso problemi iper-astratti quali la la superficie laterale di tronco di piramide a base pentagonale, ci dessero gli strumenti per non farci abbindolare tutte le volte che un giornalista o un politico agitano “i numeri” come un feticcio per sostenere le tesi più aberranti.

In questo post vorrei parlare ancora dei “numeri” del femminicidio, questione di cui ci stiamo occupando in questi giorni, aggiungedo un’altra fonte, il Rapporto sulla criminalità pubblicato dal Ministero dell’interno con dati aggiornati fino al 2006, ma soprattutto facendo un piccolo esempio di come la nostra non casuale ignoranza in una materia apparentemente “neutra” come la matematica diventi una questione politica. Come abbiamo già detto, Marcello Adriano Mazzola, sul sito del Fatto Quotidiano, utilizza la percentuale di vittime donne sul totale delle vittime di omicidio per dire che in Italia non c’è nessun problema di femminicidio, visto che nel nostro paese questa percentuale è inferiore a quella di molti altri paesi europei. L’articolo è di una grettezza rivoltante e sarebbe bello che i lettori e le lettrici di questo giornale che si vuole “alternativo” chiedessero conto dei numerosi interventi misogini ospitati sulle sue pagine, ma non è di questo che volevo parlare.

Le proporzioni, se ben ricordo, fanno parte del programma di seconda media. Sarà il caso di fare un ripasso, e soprattutto di fare un piccolo collegamento fra due branche del sapere che non a caso ci abituano a tenere rigidamente separate – quella “scientifica” e quella “umanistica”, e nello specifico fra la matematica e le scienze storiche e sociali.

Una bassa proporzione di donne uccise, infatti, può indicare un paese dove vengono uccise meno donne rispetto agli altri paesi, ma anche un paese dove vengono uccisi più uomini rispetto agli altri paesi.

 Facciamo un esempio.

Paperopoli ha 1000 abitanti. In un anno in questo immaginario paese vengono uccise 4 donne e 6 uomini.

Anche Topolinia ha 1000 abitanti. Qui in un anno vengono uccise 8 donne e 18 uomini.

A Paperopoli la percentuale di donne sul totale delle persone uccise è del 40% contro il 60% degli uomini (ci sono 4 donne uccise su 10 omicidi totali: 4 sta a 10 come x sta a 100; siccome il prodotto dei medi è uguale al prodotto degli estremi, x = 100 per 4 diviso 10; con lo stesso procedimento si calcola la percentuale degli uomini, o anche facendo 100 meno 40 = 60).

 A Topolinia la percentuale di donne sul totale delle persone uccise è del 30% circa contro il 70 % degli uomini (stesso calcolo di cui sopra: 8 sta a 26 come x sta a 100; x = 8 per 100 diviso 26 = 30,77).

 Significa che le donne stanno meglio a Topolinia? Evidentemente no, visto che a Topolinia le donne hanno il doppio delle probabilità di essere uccise che a Paperopoli. E il fatto che per gli uomini di Topolinia questa probabilità sia addirittura tripla non è certo motivo di consolazione.

Del resto, come abbiamo già sottolineato, anche confrontare il numero di donne uccise ogni mille abitanti non ci dà una misura molto precisa dell’incidenza del femminicidio in un paese rispetto all’altro, per quanto vi si approssimi sicuramente di più del confronto fatto da Mazzola. Questo dato infati non ci dice se queste donne sono state uccise in quanto donne che vivono in una società macista e misogina (per esempio, sono state ammazzate dalle botte dei mariti violenti o da un uomo che non accetta di essere stato lasciato), oppure da una criminalità comune che colpisce in maniera indifferenziata donne e uomini.*

Ora, l’Italia è proprio come l’immaginaria Topolinia del nostro esempio. Nel nostro paese, la proporzione di donne uccise è più bassa non perché vengano uccise meno donne, ma perché vengono uccisi molti più uomini rispetto agli altri paesi, e la causa di ciò è la criminalità organizzata, che nel nostro paese uccide in misura enormemente maggiore che altrove, e uccide soprattutto uomini.

Tuttavia, il numero di omicidi perpetrati dalla criminalità organizzata in Italia negli ultimi anni è in graduale calo, ed è per questo che il numero totale di omicidi anno dopo anno è tendenzialmente in calo. Nel periodo 1992-1995 gli omicidi di questo tipo sono stati in media 240 all’anno, nel 2003-2006 solo (si fa per dire) 156 all’anno. (Fonte: Ministero dell’Interno, Rapporto sulla criminalità, tab. IV.3, pag.118)

 Per contro, il numero di omicidi per motivi “passionali” o “familiari”, come li chiama il Ministero dell’Interno nel suo rapporto, sono aumentati da 102 in media all’anno nel triennio ’92-’95, a 186 in media all’anno nel 2003-2006 (stessa fonte). Le vittime di questo tipo di omicidi sono per la maggior parte donne uccise per mano di un uomo, che la maggior parte delle volte è il loro partner: 63% dei casi nel periodo 2001-2006 (stessa fonte, tav. IV.4, pag. 119. Notare che questa tabella non tiene conto degli ex partner e non distingue fra omicidi compiuti dalla madre e dal padre, per cui dà una rappresentazione molto probabilmente sottostimata della violenza maschile contro le donne).

 Vuol dire che la violenza di genere è in aumento? Forse no, perché i dati che sto citando si basano sul numero di omicidi denunciati alle forze di polizia: è quindi possibile che l’aumento di questa cifra sia dovuta a una maggiore propensione a denunciare, piuttosto che camuffare l’omicidio da incidente domestico o coprire il suo autore con l’omertà familiare. Ma dire che un problema non è in aumento non vuol dire che non è grave.

 Vuol dire che le donne devono scorgere in ogni uomo che è in relazione intima con loro un potenziale assassino, stupratore o stalker? In un certo senso sì, con buona pace di Mazzola: il che non vuol dire vivere nella paranoia ma ammettere che il conflitto di genere, la cultura della violenza maschile contro le donne, cultura della sottomissione femminile non sono “là fuori” ma qui tra noi, fin nelle nostre relazioni più intime, anzi, soprattutto nelle nostre relazioni più intime, e che “l’amore” non ci rende immuni dalle disparità di potere.

Del resto, non avevamo bisogno dell’Istat per dirlo. E questo non perché i numeri non servono (le indagini statistiche – se interpretate in maniera metodologicamente fondata, e non alla Mazzola – sono uno dei modi possibili di approssimarsi sensatamente alla conoscenza della realtà) ma perché ogni donna sa, se solo trova il coraggio di riflettere su questa sgradevole realtà, quante violenze piccole e grandi ha subito, e il sapere delle donne su di sé, sulla propria vita (o il sapere dei centri antiviolenza, per esempio) non è meno autorevole di quello ottenuto attraverso le indagini statistiche.

 Alessia Acquistapace

* A questo proposito si può vedere anche l’indagine Istat sulla violenza contro le donne, basata su 25 mila interviste e già citata da Francesco su questo blog, che prende in considerazione tutte le forme di violenza maschile contro le donne, oppure, per una prospettiva internazionale, l’agile testo di Daniela Danna “Ginocidio” edito da Eleuthera.