Ovvero di come, riforma dopo riforma, sono riusciti a trasformarci in una generazione di precari complici del proprio sfruttamento e innamorati del lavoro gratuito.

Sommario – Attraverso il racconto della mia/nostra storia, questo articolo parla di come le riforme scolastiche di fine anni ’90 (autonomia scolastica, riforma dell’esame di stato, riforma dell’università), al di là dei cambiamenti pratici che hanno introdotto nella scuola, hanno influito su di noi soprattutto attraverso la penetrazione di un nuovo linguaggio e di una nuova cultura del lavoro, della formazione e del loro reciproco rapporto.

Gli effetti materiali di questo sottile indottrinamento, vestito dei panni apparentemente neutri dell’Orientamento, dello svecchiamento della scuola e dello “stare al passo coi tempi”, si vedono oggi che io e i miei compagni/e iniziamo ad entrare in massa nel meraviglioso mondo del lavoro precario.

Sul mercato del lavoro, infatti, la nostra estrema disponibilità al lavoro gratuito (stage, tirocini, servizio civile, pseudo-volontariato…) abbassa continuamente il potere contrattuale di tutti i lavoratori e le lavoratrici.

Oltre a questo cambiamento culturale e di linguaggio, le riforme di fine anni ’90 introducevano più che altro delle nuove possibilità per le scuole (le scuole “possono” ricevere finanziamenti privati, le scuole “possono” prevedere stage formativi in azienda ecc.). A fronte dell’ira funesta del movimento studentesco (una delle occupazioni più lunghe della storia del liceo scientifico Romita, finita con 6 denunce), i nostri presidi e insegnanti ci dicevano di non fare tanto casino per nulla, che tanto non sarebbero mai state attuate. Oggi, dopo 10 anni di tagli, tutto inizia ad assumere una luce più sinistra…

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Sono nata nel 1982.

Io e i miei compagni/e di classe siamo stati bambini in un mondo in cui non c’era ancora internet, siamo diventati grandi in un’epoca in cui il cellulare iniziava appena a sostituire lo swatch come regalo-tipo dei 18 anni, ma soprattutto abbiamo avuto il triste privilegio di essere stati i primi a sperimentare a pieno regime il nuovo esame di stato, i primi a iscriverci all’università del tre più due senza possibilità di scelta, i primi a imparare che lavorare gratis è bello, e che ti dà punti anche a scuola.

Se in questo articolo ho deciso di rievocare i quadrimestri lontani in cui per la prima volta iniziammo a trafficare in crediti – i tempi remoti in cui i nostri insegnanti non meno di noi si scervellavano per cercare di capire che cosa diavolo fosse la “terza prova”, gli anni lontani in cui in cui voci incontrollate si diffondevano fra gli studenti circa la possibilità di guadagnare punti per l’esame di stato lavorando gratis nel negozio di tuo nonno – non è solo per giocare al come eravamo, ma perché vedo molto chiare, oggi, le conseguenze di quella nuova cultura del lavoro che tanto abilmente ci hanno inculcato.

Infatti oggi, a distanza di più di 10 anni dai tempi del liceo, vivo a Bologna, città studentesca pullulante neolaureati/e, laureandi/e, studentesse e studentelli sempre alla ricerca di un tirocinio, di uno stage, di un servizio civile. Gente giovane, intellettualmente preparata, piena di idee e pronta a lavorare gratis – nella cultura, nel sociale, nella ricerca – così come previsto dal proprio piano di studi o dalla prassi di mercato per chi è in cerca di prima occupazione.

A Bologna, dietro la schiena di ogni lavoratrice e di ogni lavoratore, la fila delle persone che sarebbero disposte a fare lo stesso lavoro gratis sta come un fucile puntato che costringe ad accettare qualsiasi ricatto.

A Bologna i precari e le precarie della mia età, io compresa, lavorano gratis perché costretti dai mille ricatti della loro condizione, ma anche per cultura, per forma mentis.

E mi chiedo: come abbiamo fatto a diventare così?

Inizierò da molto lontano.

Quando eravamo in terza media, una nuova magica parola iniziava a circolare sulla bocca delle nostre insegnanti: orientamento.

Le circolari ministeriali dicevano che dovevano farci fare attività di “orientamento”, cioè aiutarci a scegliere la scuola superiore. E le scuole di Campobasso, qualche volta, mandavano anche nella nostra piccola scuola di paese i loro opuscoli, nei quali non mancava mai, insieme alla foto ritoccata della palestra della scuola, l’arcana espressione “sbocchi professionali”.

Non credo che nessuno di noi, a 13 o 14 anni, considerasse gli Sbocchi Professionali come qualcosa che potesse anche solo vagamente avere a che fare con la propria vita. Però eravamo cresciuti a cavallo fra gli anni ’80 e i ’90, e dalla terza elementare alla terza media avevamo fatto almeno un tema all’anno sul “Problema della Disoccupazione”.

Così quella parola, “sbocchi professionali”, si adagiò, elaborata solo a metà, in qualche oscuro angolino del nostro cervello… probabilmente dalle parti in cui riposava la precoce e confusa intuizione che il Posto di Lavoro, più che un diritto (o un dato normale della vita adulta, o la triste condanna della condizione moderna) è una gran botta di culo, e quasi un privilegio.

Comunque, quanto alla scelta della scuola superiore, tutto quello che sapevamo che la professoressa D. aveva fatto il classico, che papà aveva fatto il geometra, che all’industriale sono tutti maschi e al magistrale tutte femmine e altre cose di questo genere. Con questa novità dell’orientamento, sentivamo che la faccenda si caricava di pathos ministeriale, ma sugli opuscoli patinati, a parte la foto della palestra, non c’era scritto quante ore di matematica o di disegno si facevano in quella scuola, a che ora si usciva, se avremmo fatto in tempo a prendere il pullman dell’una e mezza o se i compagni sarebbero stati simpatici.

Comunque a settembre andammo, come dio volle, alle superiori. Il biennio trascorse senza grandi emozioni, tranne per quelli e quelle che furono subito efficacemente selezionati dal sistema, e per i quali il bar o il lavoro sottopagato furono sbocco immediato e molto poco professionale.

Fu verso il terzo superiore che l’espressione Sbocchi Professionali, dormiente nel suo angolino, doveva essere ripescata in pompa magna per entrare in risonanza con un intero mondo di messaggi ambigui sul lavoro che avrebbe contribuito a fare di noi una generazione-stage.

Il nostro terzo superiore fu infatti l’anno in cui una serie di tremende riforme si abbatterono sulla scuola italiana: il ’97 fu l’anno dell’autonomia scolastica, della riforma dell’esame di stato e della riforma Zecchino dell’università. (Per la cronaca, l’artefice di tutto ciò era il ministro dell’istruzione Luigi Berlinguer, allora Pds, poi Ds, poi Pd. Vedi Piccola storia delle riforme scolastiche)

La legge sull’autonomia scolastica consentiva alle scuole di gestire autonomamente una parte del proprio monte ore di insegnamento, e le sollecitava a progettare la propria Offerta formativa in sintonia con le esigenze produttive del Territorio, a realizzare percorsi di “alternanza scuola-lavoro”, ed eventualmente a mandare i propri studenti a fare esperienza nelle Aziende allo scopo di favorire il loro futuro Inserimento professionale e di avvicinare la scuola al Mondo del Lavoro.

Per fare tutto questo, le scuole potevano avvalersi di finanziamenti di enti locali o anche di privati.

Devo dire che il liceo scientifico di Campobasso non mise in pratica nessuna di queste meravigliose opportunità, almeno finché ci sono stata io. Da bravi studenti militanti e ideologici, però, piantammo lo stesso un casino, e fummo trattati appunto come studentelli ideologici e rompipalle.

In fondo, la legge sull’autonomia scolastica diceva solo che la scuola poteva mandarti a lavorare gratis, che poteva avvalersi di finanziamenti privati, ma non era certo obbligata a farlo (certo, almeno finché i fondi statali sarebbero bastati a comprare la carta igienica… ma questo è quello che diremmo oggi, questo succede oggi: allora eravamo solo nel 1997). E poi, in ogni caso, Avvicinare la Scuola al Mondo del Lavoro non era forse una cosa buona e necessaria?

Lo sperimentale, comunque, fu più moderno di noi. Sotto l’egida della preside Izzi, le sue studentesse furono mandate a fare le hostess in non so più quale convegno, ottenendo in cambio la promessa di crediti formativi per l’esame di stato. Ricordo che a una mia amica fu negata questa eccezionale esperienza formativa con la motivazione che la sua linea non era perfetta, e non credo che ci sia bisogno di spendere parole per commentare l’alto valore formativo di tutta la storia.

Nel 1997 ci fu anche la riforma dell’esame di stato. Oltre alla novità della commissione interna e alla terrorizzante prospettiva di dover portare tutte le materie all’esame orale, fu introdotta anche la famosa “terza prova”.

La terza prova era una prova scritta che poteva consistere anche interamente in un quiz a risposte chiuse. Alla nostra obiezione che un quiz a crocette, già poco adatto a verificare la conoscenza del codice della strada, era ancor meno adatto a valutare la conoscenza di tre anni di programma di letteratura, storia o biologia, i nostri insegnanti rispondevano ripetendo gravemente che sì, “però poi nel Mondo del Lavoro…!”

Poi-nel-Mondo-del-Lavoro, dicevano, sarete selezionati così, con le crocette, dunque tanto vale che vi abituate adesso. (Ripetere “però-poi-nel-Mondo-del-Lavoro…” in quegli anni sembrava essere diventato il loro sport preferito).

Qualcun altro invece ci rispose di non fare tanto casino per niente, perché la legge prevedeva la possibilità di fare una terza prova interamente a risposte chiuse, ma anche no, e quando mai i nostri saggi e colti insegnanti avrebbero potuto pensare di fare una cosa del genere?

In effetti, nel mio esame di stato alla terza prova ci furono solo risposte aperte. Non so nei vostri. Però qualche anno fa insegnando alle scuole medie e alle elementari ho visto che sempre più spesso le verifiche di questi bambini/e sono a risposta chiusa.

Quando mai i nostri saggi e colti insegnanti avrebbero potuto pensare di fare una cosa del genere? Forse quando sarebbero stati talmente oberati di carte, stress e ore di lavoro non retribuito da iniziare ad apprezzare, loro malgrado, i vantaggi dei quiz a crocette che si correggono in cinque minuti. Questo verrebbe da dire oggi, questo succede oggi… ma ricordatevi sempre che eravamo nel 1997.

Con la riforma dell’esame di stato nacque anche un nuovo strabiliante sistema di attribuzione del voto di maturità, che per 20 punti su 100 sarebbe stato determinato dalla media dei voti degli ultimi tre anni di scuola superiore. Funzionava così: la media finale di ogni anno determinava una fascia di oscillazione all’interno della quale il consiglio di classe poteva stabilire i punti da darti, tenendo conto nell’ordine del profitto, della condotta e delle “altre attività formative” svolte nel corso dell’anno, per le quali ciascuno studente poteva produrre idonea documentazione.

Quali attività sarebbero state considerate valide? La fascia di oscillazione era minima, uno o due punti, ma da bravi studenti militanti puntigliosi e ideologici, richiedemmo che il collegio docenti stabilisse dei criteri chiari in merito, e escludesse esplicitamente i corsi privati a pagamento e le attività lavorative non retribuite.

Non ricordo se ci fecero contenti, ma ricordo l’aria di sufficienza con cui ci rispondevano dicendo che si trattava in fondo di un’oscillazione di solo uno o due punti, e che le altre attività formative venivano solo al terzo posto dopo il profitto e la condotta, e che potevamo stare tranquilli che i nostri saggi e colti insegnanti avrebbero dato il punteggio massimo a tutti gli studenti e le studentesse meritevoli, con o senza i certificati della British school.

Probabilmente era vero, ma ciò non impedì che si scatenasse la corsa al certificato.

Oggi che sono entrata nel famigerato Mondo del Lavoro posso dire che quello che i nostri insegnanti non capivano era che, molto più dell’eventualità – in effetti minima – che gli studenti meno abbienti fossero discriminati, contava il messaggio che ci stavano dando e la pratica alla quale ci stavano allenando: produrre certificazioni reali o fasulle delle attività più svariate, nella vaga speranza che potesse servire a guadagnare un misero punto sul voto di maturità. Era così che iniziavamo a imparare che più o meno tutto, dal volontariato al corso privato di inglese allo stage in azienda “fanno curriculum”, e che dato che “non si sa mai”, è bene fare qualunque cosa pur di fare curriculum.

E veniamo alla riforma Zecchino. Si tratta della riforma del 3 + 2 e dei crediti formativi, quella grazie alla quale i nostri genitori non capiscono più nulla del nostro percorso universitario e ancora ci chiedono se il tale corso è annuale o semestrale.

Ma fu anche la riforma dell’autonomia didattica, grazie alla quale le università iniziarono a farsi concorrenza, a inventarsi diecimila lauree dai nomi più strani, e a trattare noi studenti dell’ultimo anno di liceo come un target di mercato.

Per questo motivo fu introdotto nel nostro liceo lo Sportello Orientamento e la relativa Figura Obiettivo.

“Figura Obiettivo” significava un’insegnante che, in cambio di un misero compenso aggiuntivo, era addetta a smistare e poi a propinarci informazioni assortite sulla ricca offerta formativa che si sarebbe dispiegata sotto i nostri occhi stupiti dopo l’esame di maturità.

Ricordo la passione con cui lavorava questa insegnante. Ricordo lo sforzo che fece per cercare di capire e poi di spiegare a noi l’inaudito sistema dei CFU (crediti formativi universitari) e delle lauree triennali e specialistiche.

Ma ricordo anche che fu grazie a lei, o meglio per suo tramite, che insieme ai nostri insegnanti interiorizzammo una specie di magica adorazione per parole come Mondo del Lavoro, Inserimento Professionale, Azienda, Territorio.

Più che la legge del mercato, quella che iniziava a circolare al liceo scientifico di Campobasso alla fine degli anni ’90 era una cultura, una mentalità che vestiva i panni apparentemente innocenti dello “stare al passo coi tempi” e si proponeva il nobile scopo di favorire il nostro “ingresso nel mondo del lavoro”.

Mondo del Lavoro, Inserimento Professionale, Aziende, Territorio, Orientamento erano le parole magiche con cui presidi e insegnanti anche di sinistra accettavano, o almeno accoglievano con un mezzo sorriso, le riforme che si abbattevano sulle loro e sulle nostre teste. Dovete credermi, le pronunciavano con la lettera maiuscola.

Grazie a queste parole pian piano abbiamo fatto nostra l’idea che, nel lavoro, sei tu a dover dire grazie a chi ti fa lavorare, e tanto più – ma questo è un optional – se ti pagano.

E’ un optional, avete capito bene. E lo sapete, in fondo… perché quello che conta è “formarsi”, “inserirsi”. Le parole fanno magie.

Così fu grazie all’ingenuo entusiasmo della Figura Obiettivo e di tanti altri insegnanti vogliosi/e di aiutarci a “inserirci” nel mondo del lavoro che una serie di concetti furono inculcati nelle nostre menti: la competizione; il mito degli sbocchi professionali; il tirocinio e lo stage come cose meravigliose per le quali bisogna baciare per terra e ringraziare l’università che te le offre.

Infatti dovete sapere che sempre con la riforma del 1997, in ogni corso di laurea triennale o specialistico fu introdotta la possibilità del tirocinio. 125 ore di lavoro gratuito, quasi sempre per niente qualificato, che avrebbero dovuto essere l’emblema del famigerato Avvicinamento del Mondo dell’Università al Mondo del Lavoro.

125 ore di lavoro gratuito, moltiplicate per migliaia di studenti e studentesse, grazie alle quali, a Bologna, la cultura, il sociale, il welfare tirano avanti da anni pur nell’insufficienza cronica di finanziamenti. A pagare sono i nostri genitori che ci mantengono, ma anche noi con la nostra impossibilità di essere autonomi, con i litigi con il parentado, o con i mille lavori sottopagati con cui cerchiamo di pagare l’affitto mentre ci illudiamo di “formarci”.

E considerate che oltre al tirocinio curriculare c’è anche la possibilità del tirocinio post-laurea:  fino a un anno di lavoro in cui non ti pagano, però l’università ti assicura all’Inail (che culo). C’è il volontariato fatto non per solidarietà ma perché fa curriculum. C’è il servizio civile, per il quale i nostri genitori hanno lottato in chiave antimilitarista e che oggi è ridotto a periodo di prova sottopagato a spese dello stato. E infine c’è lo spirito umanitario, abilmente fomentato e sfruttati dai datori di lavoro, delle giovani lavoratrici del sociale, che si sentirebbero tremendamente in colpa se si rifiutassero di lavorare il doppio delle ore per cui sono pagate, perché ce n’è tanto bisogno e non ci sono soldi e soprattutto “io questo lavoro lo faccio perché ci credo”, mica per soldi.

Quest’ultimo, del resto (l’ho visto lavorando a scuola) è un meccanismo di cui sono vittima anche tante insegnanti, e che è parte di una precisa costruzione dell’identità femminile. Inoltre, l’insegnate è una figura professionale che praticamente da sempre in Italia lavora un sacco di ore extra senza essere pagato/a.

E allora, ripensando agli anni in cui l’orientamento, con la sua nuova retorica del lavoro, iniziava a diffondersi nella scuola italiana, mi viene da pensare che le nostre insegnanti, in un certo senso, sono state vittime quanto noi di quel gigantesco indottrinamento.

Perché loro erano convinte di far bene: volevano aiutarci a entrare nel Mondo del Lavoro. E quando noi obiettavamo qualcosa, ci accusavano di non voler essere al passo coi tempi, ci dicevano (e si dicevano) “il mondo fuori è questo, baby, e io ti preparerò ad affrontarlo”.

Purtroppo, quello che i/le nostri/e insegnanti di sinistra in procinto di diventare del PD non capivano è che, quando ripetevano allo sfinimento che però-poi-nel-Mondo-del-Lavoro, non ci stavano insegnando solo come va il mondo fuori, ma anche il mondo fuori va bene. Con la loro “terza prova”, e coi loro discorsi sulla terza prova, non ci hanno insegnato solo a mettere le crocette nei quiz (cosa abbastanza utile nel mondo del lavoro, anche se meno di quanto loro immaginavano), ma anche che è giusto e normale mettere le crocette.

E le studentesse dello sperimentale di certo non impararono solo a fare le ragazze immagine (cosa indubbiamente utile nel mondo del lavoro) ma anche che è giusto e normale fare le ragazze immagine.

Non dico che la scuola dovesse ignorare completamente le trasformazioni che avvenivano nel mercato del lavoro. Ma c’è differenza fra dirti che ti conviene fare un master con lo stage perché purtroppo il mondo va così e dirti “il mondo va così” senza aggiungere commenti, anzi compiacendosi di quanto si è duri e moderni a dire ai propri alunni che “poi-nel-Mondo-del-Lavoro”.

Dicevano che la scuola doveva essere una palestra per la vita. “Palestra” era un’altra delle loro parole preferite. Come la detestavo. Da quando l’istruzione, invece che un posto per allenarsi a difendersi e a resistere alla merda fuori, è una palestra per abituarcisi?! E a cosa mi è servita tutta questa palestra?

Mi è servita ad arrivare al mondo del lavoro con in testa una serie di idee inconsapevoli ma molto efficaci sulla totale normalità dello sfruttamento che dovevamo subire. E non è escluso che se io e i miei coetanei ci fossimo arrivati meno convinti di meritarcelo, forse ce ne sarebbe di meno.

Invece siamo sempre disponibili, noi, non solo quando siamo sotto ricatto, ma anche quando possiamo scegliere. Lavoriamo ore in più perché ci crediamo. Facciamo tirocini dove palesemente non impariamo niente e dove palesemente non ci sono prospettive di assunzione, e non ci rendiamo conto che in questo modo non danneggiamo solo noi stessi, perchè che stiamo abbassando il potere contrattuale di tutti/e.

Uno degli slogan del movimento contro la riforma Gelmini è stato “Siamo tutti/e indisponibili”.

E’ uno slogan che è nato dal rifiuto dei ricercatori di svolgere mansioni per le quali non erano pagati.

Indisponibili. Che bella parola.

Recentemente ho letto in questo documento dell’Assemblea dei precari della ricerca e della docenza delle università un inizio di riflessione critica sui tirocini universitari e sugli incarichi di insegnamento universitario a titolo gratuito o a compenso simbolico.

…Forse stiamo iniziando a disintossicarci?

Alessia Acquistapace

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